~ MOVING! ~

postato sabato, 11 luglio 2009 da EwaBjornstrand alle 14:33 | # | commenti

EwaBjornstrand Riprendiamo a giocare qui:

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~ Unusual Birthday. ~

postato venerdì, 23 gennaio 2009 da EwaBjornstrand alle 22:42 | # | commenti

EwaBjornstrand Charlene VictoireC'è la neve che scende come lacrime delicate al di là delle finestre e c'è il respiro lento e regolare di Nicolas al di sotto della sua guancia destra.
Charlene richiude gli occhi un istante dopo che li aveva aperti, incapace di abbandonare la realtà da favola in cui il sonno l'aveva proiettata.
"Tracollo nervoso", così hanno definito il suo stato l'ultima volta che li ha sentiti che ne parlavano.
"Ho chiesto a tutti quelli che conosco" ha detto Ewa in quell'occasione, voce bassa e sguardo circospetto, "ma Tyler sembra essere scomparso nel nulla."
"Forse è meglio così" aveva concluso Crewe con un sospiro, "non sono certo che rivederlo possa fare bene a Charlene."
E no, probabilmente non le avrebbe fatto bene, avrebbe soltanto peggiorato le cose.
Smettila di stringere attorno al mio collo il cappio che mi lega a te, Ty, ti prego. Smettila.
Di quei mesi, Charlene ha tutta una serie di ricordi confusi: i farmaci che in continuazione le somministravano per farla stare tranquilla, le lacrime, le grida e le crisi isteriche, ma anche altro. Altro di bello, altro di piacevole, come la bocca di Nicolas che un giorno si era semplicemente chiusa sulla sua e il nome "Celeste" che, nelle loro conversazioni, era morto.
Nicolas.
Adesso, mentre lo stringe a sé e la notte trascina via i suoi ultimi strascichi per fare spazio all'ennesimo mattino nevoso di Gennaio, Charlene una vita senza quell'uomo al suo fianco davvero non se la saprebbe immaginare: è Nicolas Flamel l'unica persona in grado di farla sentire completa e amata, l'unica in grado di tranquillizzarla e perdonare ogni suo sbaglio, l'unica che non le volterebbe mai e poi mai le spalle.
Perché tu non lo faresti... vero?
Non come lei, non come
Rebecca.
Sfrega appena la guancia contro la pelle calda del torace dell'uomo e strizza gli occhi per rispedire indietro quel pensiero.
No, Rebecca non l'ha tradita, ne è consapevole, ma la sua fuga fa male lo stesso. Rebecca, che mentre lei stava male si trovava a chilometri e chilometri di distanza da lì, giù ad Hell's Kitchen, a fare scambi di emoglobina con un'infoiata vampira.
«Tutto okay?»
Nicolas apre prima un occhio, poi entrambi.
Si direbbe apprensivo nei suoi confronti, ma chi non lo sarebbe dopo tutto quello che Charlene ha dovuto passare?
«Brutto sogno» risponde lei con un sorriso e si solleva sulle braccia per potergli dare un rapido bacio a fior di labbra. «Scusa, non volevo svegliarti.»
«Fa niente, tanto è quasi ora.» Lui ricambia quel bacio accennato, le sorride con una spontaneità che da tempo credeva di aver perso, poi solleva le braccia sopra la testa per stirarle e le lascia ricadere mollemente sul cuscino. «Colazione?»
«Colazione» conviene Charlene con fare allegro. «Però la prepari tu questa volta.»
«Anche perché, per quando abbia adorato quei tuoi assolutamente indigesti toast carbonizzati, oggi ci terrei a mangiare senza rischiare un'intossicazione
«Erano davvero tanto pessimi?»
Nicolas ride del finto broncio della ragazza e si alza dal letto in cerca dei vestiti.
«Dire "pessimi" è ancora fargli un complimento» risponde. «Ma quello che è venuto dopo... beh, quello non mi è dispiaciuto affatto.»
E Charlene, abbassando lo sguardo, sorride, memore di quanto quel "dopo" avesse poco a che spartire con il cibo.

Nicolas Flamel

+

«Senti... qualunque cosa tu abbia intenzione di fare... secondo me non dovresti farla.»
Ma Pandora, incurante delle lamentele di Andrew, continua a versare ingredienti nella scodella che ha davanti sollevando in aria sbuffi variopinti e colorati.
«Ma di cosa hai paura, scusa?» gli domanda. «È soltanto una torta
«Non può essere "soltanto una torta" se la ricetta l'hai trovata nel libro di incantesimi della tua bisnonna, Mason! Come minimo trasformerà in un rospo chiunque provi ad assaggiarla.»
«Ed è qui che entri in gioco tu» fa lei con un gran sorriso, usando entrambe le mani per rimescolare la poltiglia colorata che riempie il pentolone. «Devi farmi da tester, così vediamo se ho sbagliato qualcosa.»
«Tu sei malata!»
Pandora getta una manciata di cannella nell'intruglio di ingredienti, che in risposta pare gorgogliare con ancora maggior giubilo.
«Ewa passerà tutta la giornata negli Inferi» gli dice, «sarò almeno libera di dedicarle una mini-festa di compleanno post-cena, al suo rientro?»
«Allora guarda.» Dowell si cava di tasca un'agendina, l'adesivo SHIVA ROCKS appiccicato sulla copertina. «Ho il numero di questa fantastica pasticceria all'angolo con la quinta strada, ci ho comprato i cannoli siciliani più buoni che abbia mai mangiato-»
«Ma non è la stessa cosa! Non le ho fatto il regalo di compleanno, visto che ha insistito tanto perché lasciassimo perdere, potrò almeno regalarle questo
«Questo cosa, una colica
Nonostante tutto lei scoppia a ridere e richiude il pentolone con il suo coperchio dopo aver dato un'ultima rimestata al contenuto.
«La assaggiamo prima noi» promette, «e se fa schifo buttiamo via tutto.»
«La assaggi prima tu» precisa Andrew additandola scherzosamente con un dito, «e se stai male, butto via te e la tua torta in un colpo solo.»
Ma deve ammettere che l'odore che quella roba emana è proprio invitante, e forse è valsa la pena inzaccherare a quel modo tutta la cucina per riuscire a cucinare qualcosa di tanto particolare.
«È questa la ricetta?»
Pandora fa per sottrarre il foglio di mano al ragazzo, ma non abbastanza velocemente. «È segreta, Andrew!»
«Oh mio dio, ti prego... dimmi che la lingua di rospo e le zampe di ragno non ce le hai messe, o altro che cagotto ci verrà a fine serata...»

Andrew & Pandora

+

Gabriel non è stato invitato, mi ha semplicemente seguita senza sentire ragioni.
"Non sto andando a farmi ammazzare" gli ho detto, "e anche fosse, non credo la cosa ti riguardi."
Mi parte di default questo tono odioso e carico di rancore quando ho a che fare con lui, persino oggi che mi ero ripromessa di comportarmi bene con tutti. Lucifero compreso.
Fermi davanti al varco che ci condurrà nell'altra dimensione, ci fronteggiamo severi l'uno con l'altra e lui scuote le spalle.
«Che tu piaccia o meno» dice, «ti accompagno. Ordini di Cronos. Non se ne parla di farti andare sola negli Inferi a festeggiare il compleanno.»
Cosa ci sia poi da "festeggiare" non lo so, sono quindi l'unica che si figura un pranzo fatto di piatti rotti e portate che volano?
L'idea è stata chiaramente di Astrid.
"Voglio farti vedere dove vivo" ha detto. "Così magari smetterai di preoccuparti tanto per me."
Certo, come fosse possibile.
Quando il varco viene spalancato, è Saya la prima persona che vediamo.
«Ewa!»
La abbraccio di rimando, lasciando una volta per tutte da parte i vecchi rancori. «Saya, come stai? È passata una vita dall'ultima volta che ci siamo viste.»
«Gabriel.» Lei si alza sulle punte dei piedini per gettare le braccia anche al collo di lui. «Quanti mi mancate tutti quanti, non ne avete idea.»
«L'invito a tornare è sempre valido» le ricordo.
Ma lei sorride e risponde: «Da parte vostra o del grande capo?».
«Oh, lo sai che il grande capo è più umorale di una megera in menopausa. L'unica cosa di cui è capace di preoccuparsi è l'abbinamento mutante-calzini del mattino, e ultimamente mi sa che ha lasciato perdere anche questo dettaglio.»
Mentre ci conduce attraverso il passaggio, lei parla della sua nuova vita lì nel regno demoniaco e di come comunque non abbia mai perso di vista la scuola, noi tutti e suo fratello.
«Tanel mi manca molto» sospira, «ma ora che sembra aver raggiunto un suo qualche equilibrio, stravolgerlo con la mia ricomparsa mi sembra ingiusto.»
«Farti vedere di tanto in tanto e "stravolgere la sua vita" mi sembrano due cose parecchio diverse. Poi sono certa sarebbe felice di rivederti.»
«Ci penserò» promette lei con un sorriso, «ma voi due fate attenzione, so che stata andando al palazzo di Lucifero.»
«Astrid» sospiro a mo' di giustificazione. «Non avendo il permesso per tornare sull Terra, ha deciso che dovevo scendere io da lei.»
«Astrid è dolcissima, ma tende a non vedere quanti pericoli si possono nascondere dietro taluni soggetti e le loro decisioni. È ancora molto bambina, in questo senso.»
«Sai qualcosa che dovremmo sapere?» le chiede Gabriel.
«No, assolutamente» risponde lei scuotendo la testa. «Anzi, a quanto si vocifera Lucifero è tutt'altro che sul piede di guerra in questo periodo, ma sapete come si dice, no? Fidarsi è bene...»
«...non fidarsi è meglio.»

+

«E questa è la mia stanza.»
Sospiro, inconsapevolmente sollevata all'idea mia figlia e quella bestia non condividano lo stesso letto.
La camera in cui Astrid mi ha portata è degna della migliore principessa delle fiabe, spicca come un raggio di sole fra tutto il marcio e il nero di questo regno dimenticato da dio. 
Veli rosa confetto scendono ai quattro lati di un ricco letto a baldacchino ed un soffice tappeto bianco, simile ad uno strato di neve compatta, è adagiato sul pavimento. L'idea generale che ottengo, è quella di essere intrappolata dentro ad una bomboniera gigante.
«Non è stupenda?» Sedendo sul letto, lei afferra un unicorno di peluche e se lo stringe contro il petto. «Ho passato tanto di quel tempo chiusa qui dentro con Bran a parlare di-» Si interrompe, abbassa lo guardo. Penso di dover dire qualcosa, ma un attimo dopo lei riprende a parlare: «Non hai motivi per preoccuparti per me, vedi?».
Vorrei che fosse vero. Lo vorrei più di qualunque altra cosa al mondo, As...
«La mammina sa che sei in buone mani.» La voce di Lucifero, alle mie spalle. «Dico bene, Ewa?»
È solo il sorriso innocente sul volto di Astrid a trattenermi dal dire ciò che realmente penso.
«Adesso, per favore» riprende a ciarlare Lucifero, «puoi lasciarci un attimo soli, principessa? Io e tua madre abbiamo un paio di cose di cui discutere. Perché non raggiungi il tuo patrigno in sala da pranzo?»
«Gabriel non è il mio "patrigno"» risponde lei sollevandosi dal letto.
«Giustamente, tesoro, giustamente. È solo il tizio che al momento tua mamma si porta a letto, no?»
«Oh Nate, ti prego.» La mano di Astrid sfiora la mia quando lei esce dalla stanza. «Non rovinare tutto proprio adesso.»
"Non rovinare tutto."
Ma cosa è rimasto da rovinare?
Quando lei se ne è andata, Lucifero chiude la porta e ci si poggia contro di spalle.
«Dunque, Ewa. Il soggiorno negli Inferi è stato di tuo gradimento?»
«Se provi a farle del male, Lucifero... se provi anche soltanto a torcerle un capello, io... io...»
«Tu cosa
«Giuro su dio che ti ammazzo.»
«Blasfema» sorride lui con leggerezza. «Poi sappiamo entrambi che c'è solo una persona a questo mondo in grado di uccidermi, e anche se l'hanno partorita i tuoi pregevoli lombi, mia cara, quella persona non sei tu
«Se speri questo possa bastare a fermarmi, piccolo lurido pezzo di-»
«Ehi, ehi, ehi!» Il sorriso si accentua sulle sue labbra e le sue mani si sollevano a frenare ironicamente la corsa delle mie parole. «Ti ho accolta nella mia casa, ho sfamato te e il tuo ragazzo-»
«Gabriel non è il mio ragazzo.»
«Ti ho permesso di rivedere la tua adorata bambina, ed è questo il modo in cui mi ringrazi?»
Mi morsico la lingua, trattenendomi dall'insultarlo ancora.
«Non ti darò tregua» aggiungo soltanto a quanto già detto. «Se dovessi farle del male... se dovessi farla soffrire o mettere in pericolo la sua vita... io non ti darò tregua, Lucifero. Io...»
«Lo so, lo.» Taglia corto, sventolando una mano a mezz'aria. «Mi farai vedere i sorci verdi. Parliamo di cose serie, piuttosto. Che fine ha fatto tua sorella?»
Sollevo un sopracciglio, senza capire. «Morrigan?»
«No, l'altra. La tua sottospecie di copia
Enid?
«È per questo che sono stata invitata qui? Per parlare di Enid?»
«Anche per questo» risponde lui, tornando a farsi serio in volto. «So che fra voi è rimasto una sorta di legame psichico piuttosto forte.»
«A volte riesco a vederla» ammetto, «ad entrare in contatto con lei, ma non so chi delle due sia a volerlo, o come funzioni la cosa.»
«Dov'è ora?»
«Con quel folle di suo marito, immagino.»
«Quand'è stata l'ultima volta che le hai parlato?»
Johan.
L'ultima volta che le ho parlato, è stata quando...
«Ishmael» mormoro poi. «Quando... quando è comparso Ishmael.»
«Fanculo.» Lucifero digrigna i denti e sferra un calcio contro la porta chiusa. «È brava a cancellare le sue tracce, quella puttana.»
«Cosa... che sta succedendo? Che ha fatto Enid?»
«Questi non sono affari tuoi» sibila lui, e per un istante un lampo d'odio pare rendere accecanti i suoi occhi. «Ma sappi Ewa che pretendo di saperlo, se in qualche modo quella cagna dovesse mettersi di nuovo in contatto con te, o se dovessi percepire dove si trova. In caso contrario, se scoprissi che mi hai tenuto nascosto qualcosa, sappi che sarà il nostro comune, dolcissimo angelo a pagarne le conseguenze peggiori.»

~ Another day. ~

postato mercoledì, 21 gennaio 2009 da EwaBjornstrand alle 13:51 | # | commenti

EwaBjornstrandon september – chiarimenti ]
«C'è qualcosa che devo sapere, giusto?»
Pandora e il suo sorriso. Pandora e i suoi vestiti retro, lo sguardo sempre perso in mondi lontani.
E poi Gabriel.
Gabriel che la guarda, Gabriel che ha fatto una promessa – "Domattina gliene parlo io, così risolviamo la cosa" – anche  se odia Ewa – odia Ewa? - e quel "domattina" si è diluito in giorni.
«Cioè» riprende a dire Pandora, «non ho ben capito perché, ma ho notato che in molti mi guardano in modo strano da quando sono tornata.» Sorride, non sembra dar peso alla cosa. «Devo prepararmi al peggio?»
Ma lei il peggio lo ha già vissuto, lo ha già superato: ha pianto la perdita di una madre, si è risollevata dalle proprie ceneri per darsi da fare e riprendere in mano le redini della propria vita, e soprattutto ha avuto il coraggio di tornare sui propri passi per affrontare gli spauracchi del suo passato, il che non è certo cosa da poco.
Camminando, Gabriel la conduce verso il retro del giardino, i raggi del sole che si riflettono sui vetri delle finestre della scuola frantumandosi in miliardi di frammenti dorati.
Una bella giornata, quella. Una di quelle giornate in cui sembra che niente possa andare male e le morti, il dolore e tutto quello che c'è stato – e che sempre ci sarà – sembrano soltanto un ricordo lontano.
«Sono successe un sacco di cose, dopo che te ne sei andata...»
Pandora sorride, ma non sta guardando l'amico. Testa bassa, mani allacciate dietro alla schiena. Niente potrebbe mai scollargliela di dosso quell'aria trasognante da principessa delle fiabe.
«Me ne sono accorta» gli risponde. «Gente che va, gente che viene. Bradamante ha lasciato la scuola, vero?»
«Lei, molti altri. Per uno che va, ce ne sono dieci che arrivano. Il caos di sempre, ma a quello eri abituata anche tu, no?»
«Ed Ewa ha una figlia.»
Già, Ewa ha una figlia.
«Ne hai parlato con lei?» chiede il Custode, rallentando il passo fino a fermarsi.
«Un po'. Non molto. Le ho viste insieme, più che altro. Si somigliano così tanto.
«mi ha detto solo che è sua figlia, ma che la situazione è complicata da spiegare.»
Complicata. Complicata è ancora dire niente.
Gabriel sposta lo sguardo da una parte, si scompiglia i capelli con una mano.
«Non è di Astrid che ti volevo parlare, comunque.»
«Allora dimmi tutto, avanti.» 
Piegandosi appena da una parte, lei cerca di nuovo lo sguardo del ragazzo fino ad incrociarlo, sorride dolcemente ed allunga le braccia per prendere le sue mani nelle proprie.
È passato così tanto tempo, dall'ultima volta che lo ha fatto.
«Non sono tornata per creare problemi, Gabriel, credimi. Casa mia non faceva che riportarmi alla mente cose tristi che vorrei dimenticare, solo per questo ho chiesto a Ross di essere reintegrata. Qui ci siete voi, i miei amici, la mia seconda famiglia, e questo è quanto. Imparerò a convivere con le novità, non ti preoccupare.»
Sarebbe impossibile non preoccuparsi per lei, però. Sarebbe impossibile non desiderare di proteggerla e amarla. Impossibile per chiunque.
«C'è stato qualcosa» inizia a dire lui, «fra me ed Ewa, dopo che te ne sei andata.» È con fatica incredibile che quelle parole gli escono di bocca, ma subito dopo riprendere il discorso sembra più semplice. «Molto dopo che te ne sei andata, intendo.»
Pandora si lascia andare ad un: «Oh» carico di ben poca meraviglia.
Credevi di tornare e trovarlo ancora qui per te?
No, certo che no...
Ti illudevi ti avrebbe amata in eterno?
Questo non l'ho mai chiesto...
La destra di Gabriel si inabissa di nuovo tra i corti capelli castani del ragazzo, in un gesto nervoso. «È un casino da spiegare, Pan. Io sono stato malissimo quanto te ne sei andava, sentivo... sentivo di averti persa per sempre. C'è stato un momento in cui avrei voluto seguirti, starti vicino come meritavi, ma poi mi dicevo: "Ehi, lei non te l'ha chiesto Gabe, non illuderti voglia vederti ancora".»
«Non te l'ho chiesto perché non sarebbe stato giusto...»
«Lo so. Voglio dire, una parte di me lo sapeva. L'altra parte era semplicemente delusa, spaventata. Ti stavo perdendo come in passato ho già perso così tante persone... mi sembrava di avere le mani legate.»
«Vai avanti.»
«Poi le cose sono cambiate.»
Le cose cambiano sempre.
«Il dolore si è affievolito, in un modo o nell'altro. Non pensare ti abbia sostituita, perché non è così che sono andate le cose: non ho provato altro che affetto, per Ewa, per anni, e solo all'ultimo i nostri sentimenti si sono... trasformati
Arrivato a quel punto, Gabriel si rende conto di come le mani di Pandora si siano ritratte, le braccia ora distese lungo i fianchi, e l'unica cosa che il ragazzo riesca a pensare è: Non voglio farti male, Pan...
Pandora Mason«Dimmi tutto» lo incita lei, ma il suo sorriso ora è velato di amarezza. «Non farò a nessuno una colpa per ciò che è successo, però... vorrei sapere.»
Così lui le racconta ogni cosa: di come si siano sposati, di come si siano amati e di come poi tutto sia andato a puttane.
«Ewa è fatta così» mormora Pandora. «Un'eterna indecisa. Lascia che la realtà venga inghiottita dagli enormi sogni che lei stessa si crea, e quando poi questi si infrangono, ha paura e non sa come affrontare le cose.»
«Non giustificarla.»
«Non la sto giustificando. Sto solo dicendo che mentirei se fingessi di essere sorpresa per come la vostra relazione è finita.»
Finita.
Così ha detto Gabriel, ma non aveva negli occhi lo sguardo di chi crede una storia sia finita davvero.
Per un istante, uno soltanto, Pandora quasi ci spera, nel naturale desiderio di tornare ad avere ciò che ha perso, ma poi sospira, accantona il pensiero, lascia stare: ha vissuto quegli anni in funzione di se stessa e della sua famiglia, non di Gabriel Delarge. Non l'ha chiamato, non gli ha scritto, non ha chiesto di vederlo. Ha segregato il pensiero in un angolo remoto del proprio cuore ed a suo modo ha dimenticato, è andata avanti, così come hanno fatto anche loro due, Ewa e Gabriel.
Che senso avrebbe adesso, quindi, mettersi a recriminare?

+

today ]
«È partita?»
Annuisco, seduta di fronte a Lindon all'interno del suo ufficio.
«Stava bene» dico, «è forte, ma avrei comunque preferito restasse.
«Tu sai cosa ha in mente, giusto?»
«Anche tu sai cosa ha in mente, Ewa» risponde con noncuranza. Fa per allungare la punta del bastone in direzione dell'interfono, poi sbuffa: «Non si riesce ad avere neanche un thé degno di questo nome, da quando Emily è scappata con la coda fra le gambe».
Riordan, certo.
Chissà se deciderà mai di tornare.
In un certo senso la sua presenza qui a scuola riusciva a rendere più vivo il ricordo di Johannes, vuoi perché entrambi erano umani, vuoi perché sembrava impossibile separarli...
«Hai saputo niente di Celeste?»
Glielo chiedo, ma non ho illusioni in merito: sono certa me ne avrebbe già parlato, se fosse riuscito a scoprire qualcosa. O almeno lo spero.
«Dubito sia ancora sulla terra» risponde. «L'abbiamo cercata, ma pare essere svanita nel nulla.»
«Che sia tornata a piangere dal suo Belfagor?»
«Probabile. Ad ogni modo, anche se fosse, non potrà nascondersi in eterno.»
Il mal di testa mi perseguita da giorni, così come il ricordo del volto terreo di Astrid bagnato dalle lacrime.
In fondo sei ancora niente più che una bambina...
"Io mi fidavo di lei!" urlava. "Avevi detto che era mia zia, avevi detto che potevo fidarmi, e guarda... guarda che cosa mi ha fatto!"
C'è voluto del tempo per capire cosa fosse successo, e a tutt'oggi non sono poi così certa sia un male i poteri di Astrid siano stati inibiti, anche se questo significa lasciarla in balia di se stessa e di quei mostri che popolano l'altra dimensione.
Celeste – o comunque la si voglia chiamare – ha pensato bene di tagliare la corda dopo quello che ha fatto e nessuno ha più avuto sue notizie.
«Non le faranno del male, vero?» Sollevo lo sguardo per cercare gli occhi limpidi di Lindon, imperscrutabili come specchi. «Ora che è tornata là sotto, non...»
«È stata lei a volerci tornare. Ne avete discusso a lungo, se non sbaglio.»
Lo so, è stata lei a prendere la sua decisione.
"Ho bisogno di parlare con Nate" ha detto. "Io mi fido di lui, so che non mi farebbe mai del male. Voglio fare chiarezza su tutta questa faccenda... capire che cosa è successo, e perché."
Che avrei dovuto fare? Legarla ad una sedia e dire: "No, adesso te ne stai qui sulla Terra per sempre"?
Penso di essere veramente pessima, come madre...
«Occupati dei tuoi studenti ora» mi intima Lindon, liquidando così il discorso. «Oggi hanno la prova scritta, mi pare.»
Annuisco senza convinzione, la testa persa dietro altri pensieri.
«Ho chiesto a Dowell di assisterti.»
«E Hayden?»
«Malato.»
«Anche lui?»
«Lasciamo perdere questo argomento. Pare di stare in un ospedale, piuttosto che in una scuola. In uno stramaledettissimo lazzeretto ci stiamo trasformando.»
Andrew lo trovo in corridoio, le mani infilate nelle tasche anteriori dei jeans troppo larghi.
«Che ti ha detto il grande capo?»
«Soliti discorsi.» Mi stringo nelle spalle affiancandolo nel percorrere la strada che conduce agli ascensori. «Speravo ci fossero notizie di mia sorella, invece ancora nulla.»
«Ti offendi se dico di non aver capito un cazzo di tutta questa storia?»
In realtà non è che io ne abbia capito molto di più, comunque.
«È una storia complicata» minimizzo, «avvenuta quando mia figlia e gli altri si trovavano ancora giù nel regno dei demoni. Non conosco i dettagli, ma so che i ricordi di Astrid erano stati come "congelati" e adesso mia sorella, prima di sparire, ha fatto la stessa identica cosa anche con i suoi poteri.»
«Va bene.» Andrew si gratta la testa con una smorfia. «Lasciamo stare.
«Te l'hanno detto che Jensen è bloccato fra letto e water con febbre e cagot... insomma, un virus intestinale?»
«Ho saputo» rispondo con un accenno di sorriso. «Quindi oggi sei tutto mio e ti posso schiavizzare
«Farsi schiavizzare da lei, signorina Bjornstrand, è sempre un piacere.»
«Preferisci il gatto a nove code o i tacchi a spillo sulla schiena?»

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inferi ]
Sarebbe rimasta ancora, lo avrebbe fatto volentieri. La Spiritica High le piace, si respira molta più spensieratezza di quanta si potrebbe credere in quel posto, e nonostante tutto le cose lì sembrano normali.
Si sarebbe fermata ancora con loro, davvero, ma non lo poteva fare, doveva tornare a casa, doveva sapere.
Lei e Lucifero si fronteggiano per un momento che pare interminabile, entrambi immobili ed entrambi mortalmente seri.
«Dunque, principessa» comincia a dire lui, «una pugnalata alle spalle per me ed una per te, giusto? Questo si chiama "pareggiare i conti", direi.»
Astrid serra i pugni lungo i fianchi. 
«Hai fatto bloccare i miei poteri» lo accusa, e la sua non suona affatto come una domanda.
«E tu hai liberato il Basilisco dal mio giogo, bambina. Non siamo pari?»
«Io l'ho fatto per il suo bene! E... per il bene di Charlene. Loro si amano, loro... Era giusto restassero insieme!»
«E io lo sto facendo per il mio bene» cantilena il ragazzo con una scrollatina di spalle. «Non posso più fidarmi di te, piccola mia. Cerca di capirmi: ti ho dato ogni cosa, ti ho messo in mano le chiavi del mio Regno, e tu? Tu non hai fatto altro che voltarmi le spalle e tradirmi
«Mi hanno usata!» Astrid alza la voce, chiaramente ferita da quelle accuse. «I tuoi amici, i tuoi scagnozzi o comunque ti piaccia chiamarli! Belzebù e Enid, i miei cari genitori. Loro hanno voluto lo facessi, loro mi hanno convinta fosse la cosa migliore, e poi...»
«E poi?»
«E poi hanno giocato con i miei ricordi, hanno cancellato la mia memoria, lasciandomi credere che nulla fosse successo.»
E Lucifero chiaramente sa che non sta mentendo.
«Tanto Belzebù quanto Enid» dice, «sono stati messi al bando. Li stanno cercando in ogni parte del regno, qui ed in quello demoniaco, e quando sarò riuscito a trovarli, niente potrà salvarli dal ricevere la giusta punizione.»
Astrid deglutisce, la stretta dei pugni che si allenta un poco, gli occhi dorati che si abbassano.
«Rivoglio i miei poteri, Nate... mi sento così incompleta ora...»
«Li riavrai quando sarà il momento, principessa, ovvero quando sarò certo di potermi fidare ancora di te.
«Per adesso, goditi la tua neo-acquisita vulnerabilità

~ Coming Back At Home ~

postato domenica, 14 settembre 2008 da EwaBjornstrand alle 01:04 | # | commenti (1)

EwaBjornstrand Andrew Duncan DowellNon riesce a cancellarle dalla propria mente, le immagini di quel sogno. Sono vive, pungenti, e anche a distanza di ore riescono ancora a farle male.
Ewa, china sul lavandino in uno dei bagni scolastici, sciacqua il proprio viso con acqua fredda, cerca di scrollarsi di dosso la sensazione di quella lingua che le scava le viscere, il ricordo di quella voce che le trapana il cervello.
«Va meglio?»
Andrew l'aspetta fuori dal bagno, l'aria imbarazzata e le mani infilate per metà nelle tasche anteriori dei jeans.
«Decisamente no» risponde lei tentando un sorriso, «devo aver mangiato qualcosa che mi ha fatto male.»
«La panna cotta! L'ho presa anche io ieri sera e stanotte sono rimasto un'ora incollato al-»
Lui si interrompe e lei, interrogativa, lo guarda.
«Okay niente, lascia perdere.»
Perché raccontare a tutti delle sue disavventure intestinali?
Il punto è che parlare con Ewa è facile, anche troppo. Così piccola e minuta come è, ispira decisamente tenerezza, ed è brava ad ascoltare, davvero brava. Magari perché in realtà non ti ascolta affatto, ma se non altro è capace di non fartelo capire.
«Non sarebbe meglio riposassi?»
Camminandole di fianco Andrew la guarda, ma tende a distogliere lo sguardo con aria finto-casuale ogni volta che Ewa cerca di ricambiarlo.
«Ho solo avuto una nottata tremenda. Incubi e cose del genere. Te l'ho detto, deve essermi rimasto qualcosa sullo stomaco.»
«Come preferisci, allora non insisto più.»
«Sei sempre così protettivo con le persone che conosci appena?»
«Temo di esserlo sempre un po' con tutti. Una specie di tara genetica, diciamo.»
«E' una bella cosa. Ce ne vorrebbero di più di persone come te, al mondo.»
E' Ewa a bussare due volte contro la porta chiusa dell'aula di Hayden e l'insegnante, dall'interno, li invita ad entrare.
«Stavo finendo di sistemare gli appunti per la mia lezione. Tu devi essere Andrew Dowel, giusto?»
Andrew gli tende la mano con un sorriso. «In persona. Il professor Jensen, giusto?»
«Puoi chiamarmi semplicemente Hayden, se ti fa piacere.»
«E' un po' agitato.» Ewa si appoggia alla cattedra con un fianco, incrocia le braccia sul petto e sorride guardando Andrew. «Ho provato a dirgli che sei buono come il pane, ma forse non sono stata abbastanza convincente.»
«Sono assolutamente tranquillissimo invec-» fa per protestare il ragazzo, nell'istante preciso in cui, sfiorandoli, riesce a far finire a terra cancellino e gessetto, che stavano poggiati sul bordo metallico della lavagna a muro. Inutile, fra l'altro, il patetico tentativo che fa per salvarli.
«Non mangio gli assistenti» dice Hayden ridendo, «soltanto gli studenti.»
«Io da lei, professor Jensen, un paio di morsi me li faccio sempre dare volentieri.»
E quando sente quella voce, una voce che per così tanto tempo Ewa ha sperato di sentire ancora, è lei a rischiare di cadere, conficcandosi uno degli angoli della cattedra nel fianco. Ma non si accorge del dolore, non lo sente neppure, riesce solo ad avanzare di un passo, poi di un altro ancora, mormorando: «...Pan...» con gli occhi fissi sulla sorridente ragazza dai capelli rossi che, dalla soglia dell'aula, tende le braccia per stringerla.

+

Pandora Mason[ circa un'ora prima ]
E' arrivata già da un po', ma non sembra aver alcuna voglia di entrare.
L'aria profuma della recente pioggia e lei, seduta su una delle panchine in giardino, reclina la testa indietro, chiude gli occhi e la respira a pieni polmoni.
Quante cose. Chissà quante cose sono cambiate, da quando ha lasciato quella scuola. Molte le ha sapute, complice l'assidua corrispondenza portata fino all'ultimo avanti con Ewa, ma tante le sono state appena accenate, e viverle sulla pelle, comunque, sarebbe stata tutt'altra cosa.
Lindon è a conoscenza del suo arrivo. Lindon probabilmente è a conoscenza di ogni cosa. Non ha protestato più di tanto, ma ha detto di volerle parlare.
E' una sensazione strana quella che prova, l'essere tornata alla Spiritica High, la consapevolezza che di lì a breve tornerà a incontrare tutti i vecchi compagni, ma oltre che strana è anche bella come sensazione, riesce a riempirla di uno strano calore, come fosse stata lontana da casa per tanto tempo e soltanto adesso vi avesse fatto finalmente ritorno.
«Pan?»
Lei si volta.
Lei si volta e lo vede.
«Gabriel.»
Non li ricordava tanto azzurri i suoi occhi, non ricordava tanto alto lui.
Eccola lì l'unica persona di cui Ewa non ha parlato mai nelle sue lettere, l'unica di cui Pandora non ha mai chiesto niente. Faceva troppo male pensare di averlo perso per sempre e faceva troppo male rendersi conto di aver perso tanto tempo dietro a Jackob, dietro alla persona sbagliata, quando la vera felicità poteva essere lì, a portata di mano.
«Tu... Quando... Che ci fai qui?»
Pandora si alza, la valigia in tessuto scozzese ancora poggiata a terra, ai suoi piedi. Indossa un vestito color crema troppo leggere per le temperature che ci sono a quell'ora del mattino, ma il freddo sembra essere l'ultimo dei suoi pensieri.
«E' passato un sacco di tempo, vero?»
«Non credevo saresti tornata.»
«Avevo promesso di farlo.»
E' vero, aveva promesso di farlo, aveva promesso il suo sarebbe stato un arrivederci e non un addio, ma chi ci sperava più ormai?
«Non mi abbracci nemmeno?»
Sembra tutto così innocente, quando è lei a parlare. E un abbraccio è soltanto un abbraccio, come non fossero stati una cosa sola in passato, come un gesto simile non dovesse portare a nient'altro.
Ricomincia a piovere, anche se molto piano, ed è così che li trovano le prime gocce: stretti l'uno all'altra vicino ad una valigia, con le finestre ancora scure della scuola alle spalle e le labbra di Gabriel che si posano sui capelli rossi di lei per un bacio.

+

Ewa BjornstrandNon credevo sarebbe tornata, non l'ho mai neanche sperato, e il fatto di vederla qui, seduta di fronte a me nella caffetteria scolastica, come se nulla fosse mai cambiato, mi sembra quasi un sogno, ed è questa l'unica cosa che riesce ad ammortizzare un po' la nausea che l'incubo di stanotte mi ha causato.
«Sei tornata per restare?»
Ti prego. Dimmi di sì, ti prego.
«Se Cronos non mi caccia a suon di bastonate...» risponde lei sorridendo, guardandosi poi attorno subito dopo. «Saranno tutti a lezione adesso, immagino.»
«Saranno felici di vederti, vedrai. Fosse per me, sarei già corsa da Tanel a raccontargli ogni cosa.»
«Tanel. Come sta? Spezza ancora un cuore dopo l'altro? E Saya?»
La nostra corrispondenza è stata meno assidua nell'ultimo periodo, così le racconto di Saya, tornata a vivere nel regno demoniaco, e di suo fratello, che in un modo o nell'altro è riuscito ad attutire il dolore andando avanti.
«Il ragazzo nuovo chi è?»
«Quale dei tanti?»
Lei, con un dito, mi indica Andrew, intento a prendere un paio di tazze di cappuccino con Hayden per portarle al nostro tavolo.
«E' arrivato da poco, lavorerà come assistente di Hayden. Sembra molto dolce, ma non lo conosco bene comunque.»
Non lo conosco affatto, a voler essere sinceri, ma non mi sembra una persona pericolosa, anche se spesso le apparenze ingannano.
«Eccoci qui.» Hayden posa una tazza fumante di fronte a Pandora. «Con un grandissimo bentornata da parte della casa.»
Il sorriso di lei non è cambiato di una virgola con il tempo, è ancora solare e contagioso proprio come lo ricordavo.
Andrew porge una tazza anche a me, poi siede fra noi con la solita aria imbarazzata e fuori posto.
«Forse dovrei lasciarvi soli» dice. «Sono qui da due giorni e-»
«No, resta» lo interrompe Pandora. «Davvero resta, a me fa piacere. Sono cambiate tante cose qui, devo ancora abituarmi ad avere attorno così tante persone nuove.»
Lui si schiarisce la voce, mescolando poi lo zucchero all'interno della sua tazza. «Dunque... Pandora, vero? Come mai avevi lasciato la scuola? Mi sembra un-»
Riesco a colpirlo sullo stinco con un calcio prima che possa dire altro, e mentre Pandora abbassa lo sguardo, a disagio, Hayden cambia abilmente discorso.
«Siamo i primi a sapere del tuo rientro o hai già incontrato qualcuno?»
«Gabriel» risponde lei. «Ho incontrato Gabriel stamattina.»
Il sorso di caffè che avevo in bocca mi va di traverso e nell'arco di un nanosecondo me lo sento salire su per il naso invece che scendere in gola. Comincio a tossire convulsamente, con tanto di tazzina che puntualmente mi sfugge di mano ribaltandosi sui miei jeans.
Il: «Fantastico, oggi non ne azzecchiamo una» di Hayden passa abbastanza inascoltato e ancora una volta trovo rifugio nei bagni della scuola, questa volta con Pandora al seguito.
«Pensavo se ne fosse andato» mi dice, poggiato contro una delle pareti con la spalla destra mentre io, con dell'acqua ed un po' di carta, cerco di cancellare alla meno peggio le macchie sui miei vestiti. «Non so perché sinceramente. Sarà il mio spirito romantico che parla» aggiunge. «Sai, io che vado via e lui che per disperazione fa la stessa cosa.»
«E' stato via, per un po'...»
Non esattamente per questo motivo, ma è stato via per un po', no?
«Credi mi abbia più pensata?»
Non la guardo. Non la guardo perché non riesco a guardarla. E non riesco a guardarla perché non voglio parlare di questo.
«Sì, ti ha pensata. Ti ha pensata moltissimo.»
Di questo sono sicura.
Ma è brutto avere così tante cose da nascondere, così poco coraggio per affrontarle.
Dovrei dirti ogni cosa per quel che è e accettare la tua reazione, giusto? Ho fatto l'amore con il ragazzo che amavi, l'ho sposato e gli ho spezzato il cuore.
Ma la cosa che più brucia ora, è l'idea che lui in questo momento, più di chiunque altro e persino più di me forse, potrebbe essere entusiasta del ritorno di Pandora.

+

Astrid infila rabbiosamente le poche cose che ha dentro al suo zaino, impreca a denti stretti quando qualcosa sembra non starci. Sbatte cassetti e scaglia lontano ciò che non le serve, inviperita e collerica, anche quando, dopo aver bussato, la porta della sua stanza si apre e Gabriel Delarge entra.
«Stai cercando di tirare giù la scuola per caso?»
«Sarebbe già un passo avanti, ma a quanto pare non so fare nemmeno questo
Il ragazzo, ignorando l'ostilità nel tono di lei, appoggia le spalle contro la porta chiusa, fissandola. «Dove vorresti andare?»
«Lontano da qui. A casa. Devo parlare con Nathaniel.»
«Cosa ti fa credere lui non lo sappia?»
«Sarebbe già qui, se lo sapesse.»
«Pensi davvero gli importi così tanto di te?»
Astrid gli punta contro due occhi duri come pietre, lo sfida con uno sprezzante: «Nate mi ama».
«Lucifero ha bloccato i tuoi poteri. Perché è questo che ti innervosisce tanto, no? Il fatto di non riuscire ad usarli.»
E quello non è un mistero, non è più un mistero per nessuno. Dopo l'incidente con Charlene, Astrid si è resa conto di non avere più alcun potere da controllare, e per quanto si sia sforzata e si sia concentrata, cercando di spegnere la vita in piccoli animali, a nulla sono valsi i suoi sforzi.
«C'è una ragione. Sono certa ci sia una ragione per questo. Tornerò a casa e parlerò con lui, tanto qui non sono benaccetta a quanto pare, Charlene ne ha da poco dato prova.»
«Non fare la bambina Astrid, per favore.» Gabriel sbuffa, incrociando le braccia sul petto. «Nessuno ce l'ha con te e lo sai. Charlie sta attraversando un periodo difficile.»
«Tutti abbiamo i nostri periodi no, costantemente. Dei miei però non frega mai niente a nessuno.»
«Hai preso davvero molto da tua madre.»
«E ringrazio gli dei tu non sia mio padre. Ora, se potessi spostarti mi faresti un grandissimo favore Custode: voglio andarmene da qui e voglio farlo alla svelta.»
«Hai perfettamente ragione, sai? E' indubbiamente meglio essere figlia di Neren. Non ti ha neanche voluta guardare in faccia, non ti ha mai presa in braccio quando eri piccola e non gli è mai importato nulla di te o di quello che ti sarebbe successo, ma sia tu che tua madre ogni volta correte a rifugiarvi da lui, quindi forse è di questo che avete bisogno: di qualcuno che non vi ami e vi ignori, perché solo con persone del genere sembrate sentirvi a vostro agio.»

+

Gabriel DelargeHo compilato ogni documento, firmato tutto quello che c'era da firmare.
Seduta sul letto, osservo il plico di fogli reggendoli fra le mani e riesco a infilarli di nuovo nel cassetto del comodino poco prima che Gabriel entri nella stanza, avvertendo i suoi passi in corridoio.
«Come sta?» gli chiedo.
«Si è addormentata. Era stravolta, ha pianto un sacco.»
«Avrei dovuto stare io con lei.»
«Non avrebbe voluto farsi vedere da te in quelle condizioni.»
Già, lo so. Ma tu perché lo sai? Perché sembri conoscerla tanto meglio di me, a volte?
Muovo un passo verso di lui scostandomi dal letto, ma non faccio nulla per avvicinarmi davvero.
«So che hai parlato con Pandora, oggi.»
Non lo guardo in faccia, osservando invece la porzione di pavimento attorno ai miei piedi.
«Lo hanno fatto un po' tutti» risponde.
«Non è la stessa cosa.»
Non mi risponde, odio quando lo fa. Non so bene nemmeno io dove voglio andare a parare con questo discorso e lui certo non mi sta facilitando le cose.
«Non sa niente di quello che è successo.»
«A meno che tu non abbia comprato il silenzio di tutta la scuola, Ewa, immagino siano poche le possibilità non scopra nulla neanche in futuro.»
Questa volta sono io a guardarlo in silenzio e lui, con fare stanco, si passa una mano fra i capelli.
«Va bene, senti: domattina gliene parlo io, così risolviamo la cosa. Adesso però vai a dormire, è tardi.»
«Gabriel?»
Ha già imboccato il corridoio quando lo chiamo, e senza una parola si volta a guardarmi.
«Niente, non importa. Grazie per aver parlato con Astrid.»


~ CHIMICA ORGANICA ~

postato mercoledì, 20 agosto 2008 da TIMROTH alle 00:22 | # | commenti (2)

TIMROTH [ Laboratorio di chimica – mattino inoltrato ]

Mi sistemo gli occhialoni di plastica trasparente sul naso, torcendo lievemente il collo per sbirciare Tanel che mi sta accanto, con indosso la stessa mascherina e lo stesso camice bianco a mezze maniche infilato sopra ai vestiti.
« Quante sono le probabilità che esploda? » domando, abbassando gli occhi sull'ampolla piena di liquido violaceo che ribolle sopra il becco Bunsen acceso.
« Praticamente minime, se stiamo attenti. E' un compito per il prof. Jensen, non credo sia pericoloso. » Tanel sembra molto sicuro di sé. Del resto non ha mai l'aria di dubitare delle proprie facoltà, il che mi rende vagamente sospettoso su quanto siano credibili le sue rassicurazioni.
« Ok. Tanto se esplode mi farai scudo con il tuo corpo, essendo un POTENTE mezzo-demone, no? »
« See, certo, come no.. »
Ridacchiamo, scrollando all'unisono la testa.
Lo ammetto: non pensavo che un tizio darkettone con un cognome impronunciabile come Wyzzapizza mi potesse stare simpatico, ed invece sembra che tutto sommato andiamo parecchio d'accordo.
Tra l'altro, sembra che con la vicinanza prolungata la sensazione di estremo turbamento che mi annodava le viscere al solo averlo intorno si sia affievolita. O, quantomeno, la notte scorsa non ho fatto di nuovo quell'incubo.
L'incubo.
Brr.. se ci ripenso ancora mi viene da rabbrividire.
« Allora, tra un paio di minuti questa roba dovrebbe diventare di un rosa tenue che.. »
La voce di Tanel viene bruscamente spezzata dalle urla disumane provenienti dal piano superiore. Per un attimo mi sento quasi paralizzato, mentre mi ritrovo ad incontrare con gli occhi sgranati lo sguardo altrettanto attonito dell'Incubus.
« Ma che cazzo sta succedendo.. ? » faccio in tempo a rantolare, prima che entrambi ci giriamo verso la soglia del laboratorio, dove un'ombra scura e disumana è appena passata lungo il corridoio.
« Tyler! » sento Tanel imprecare, prima di buttarsi all'inseguimento di quel tizio altissimo e talmente pallido da sembrare una foto scattata in bianco e nero. Non so neanche perché seguo il mio agitato compagno di stanza fuori dal laboratorio, correndo a perdifiato lungo il corridoio mentre le grida provenienti dal piano superiore continuano a trapanarci il cervello.
La schiena di questo presunto Tyler è davanti a noi, ma nel momento in cui siamo sul punto di raggiungerlo, svoltato un angolo, ci troviamo davanti solamente un'altra sezione di corridoio completamente vuota.
« Dove cazzo è andato? » ormai non credo di essere in grado di spalancare le palpebre più di così. Tanel si guarda intorno con aria disorientata, mentre le urla sembrano essere cessate.
« Non capisco.. » mormora l'Incubus, scandagliando le pareti del corridoio prima di far approdare su di me gli occhi azzurri e lievemente sconvolti.
Ed è mentre stiamo lì a fissarci come due imbecilli che sentiamo un sonoro *BLOP!* risuonare alle nostre spalle, portando con sé la consapevolezza di qualcosa che avevamo completamente scordato.
« OHMMERDA!? »

Ripercorriamo di corsa il tragitto all'inverso, sino al laboratorio di chimica, fiondandoci attraverso la porta unicamente per scoprire che è troppo tardi: Hayden Jensen è in piedi di fronte alla postazione del nostro esperimento, completamente ricoperto dalla sostanza gommosa e rosastra schizzata fuori quando l'ampolla è esplosa in mille pezzi.
« Ganzo, sembra una Big-Bubble gigantesc-- » la solita, puntualissima considerazione avventata mi muore in gola quando incontro lo sguardo tutt'altro che divertito del professore di Chimica e Biologia.
« Voi due. » il suo tono è calmo, in una maniera che ci costringe a deglutire entrambi. « Avete appena vinto un bonus di due ore da passare in compagnia del sottoscritto ed altri studenti indisciplinati, stasera alle nove.
Ora, levatevi di torno. DI CORSA. »


+ + +


[ Sogno ]

Ewa è incinta.
Si accarezza il ventre gonfio e lo sente pulsare di vita sotto le mani, come un cuore che si contrae e si dilata ritmicamente.
E' felice, ma non riesce a ricordare di chi sia il bambino. Se di Gabriel, di Johannes, o di qualcun'altro.
Non ricorda neppure dove si trovi, a dire il vero. Un salotto arredato a puntino che sembra venuto fuori dalla casa di una di quelle famiglie perfette delle pubblicità anni '50.
E' quando sente il rintocco di passi pesanti nell'ingresso che un velo di tenebra le cala davanti agli occhi ed una fitta lancinante le trafigge l'addome.
Si piega in due, nel buio che ha divorato ogni cosa attorno a lei, tenendosi la pancia che le si deforma orribilmente sotto la pressione disumana proveniente dall'interno.
Ewa piange ed urla, mentre i tessuti del suo ventre si lacerano, vomitando con un fiotto di sangue la creatura che portava in grembo: in una pozza densa e scura giace accucciato un feto deforme, che a stento conserva una forma umana e la cui carne sembra ribollire, producendo una schiuma rossiccia che si spande sul pavimento scuro.
E mentre lo fissa, tenendosi le viscere sporgenti e sanguinolente con le mani, Ewa la sente.
Non è la voce di Gabriel, né di Belial, né di Johannes.
Non ha mai amato nessuno con quella voce, in tutta la sua vita. Non si può amare qualcuno con una voce simile.
« Tesoro, sono a casa! »
La voce dell'Incubo è una morsa di ghiaccio alla bocca dello stomaco, è il grido acuto di migliaia di neonati deformi e lo schiumare rabbioso di un cane idrofobo.
La voce dell'Incubo è PAURA, come l'odore di metallo e putrefazione che le scivola lungo la gola mentre vede il feto ribollire e gonfiarsi sino ad assumere le sembianze di un gigantesco grumo di carne mutilata.
Una crisalide.
E' spaccando le pareti organiche – percorse da gigantesche vene viola – che il Corinzio giunge al cospetto della donna: alto, massiccio, con un solo ciuffo di capelli biancastri sulla fronte e due bocche piene di denti affilati al posto degli occhi. Interamente ricoperto di sangue e budella umane.
Ewa non riesce a muoversi mentre si sente afferrare per i capelli, costringere sul pavimento gelido e duro, e una lingua impossibilmente lunga ed appuntita si insinua tra le sue dita strette contro la ferita e le scavalca per raggiungere le viscere messe a nudo.
Sembra che le distanze non abbiano peso per l'Incubo, che le lecca avidamente l'intestino, tirandole i capelli con una mano ed insinuando l'altra tra le sue gambe, penetrandola con le dita aguzze e l'intero braccio, strappandole rivoli densi di sangue ed umori. Il suo corpo pesante la schiaccia levandole il fiato e La Voce le risuona direttamente nel cranio:

« Tua figlia ti trova così patetica.. non le serve una madre, TU non le servi! Io invece ho tanto bisogno di una mammina premurosa.. »

« Aiutami ad uscire di qui. Aiutami.. aiutami ad uscire.. FAMMI USCIRE.. aiutami.. AIUTO! Aiutami ad uscire.. »

La cacofonia di versi, lamenti infantili, ruggiti bestiali e lame conficcate nella schiena viene spazzata via da un unico boato, limpido e raggelante:
« E' ORA DI SVEGLIARSI. »


+ + +


[ da qualche parte a New York – sera ]

Percy odia le creature.
Le trova disgustose, inumane, terrorizzanti, e solo incontrandone una faccia a faccia rischia ogni volta un attacco d'asma. Ma fortunatamente Peloquin indossa una giacca lunga ed ha un cappello calcato sulla testa, oltre alla kefiah che gli nasconde gran parte del viso, e lui non deve guardarlo negli occhi.
« Mi dispiace, ma sembra che non ci sia nulla d'interessante da sapere su questo Ignacio Rejas. Il fascicolo è questo, comunque.. »
Percival esita a prendere dalle mani guantate della Creatura la cartellina di plastica nera, neanche temesse di restarne infettato.
« M-molto bene.. il signor Cooper le è molto grato per il suo aiuto. »
Peloquin sembra sogghignare, sotto la stoffa che ne camuffa le fattezze mostruose.
« Oh, non ha idea di quanto IO sia grato a lui.. » torna serio – ammesso che abbia mai smesso di esserlo – quando soggiunge. « Se vi servo ancora sapete dove trovarmi. »
Percy sospira di sollievo quando il mostro si allontana, mimetizzandosi tra i passanti.


+ + +


[ Spiritica High, aula di Chimica e Biologia – sera ]

« Ma tu sei ancora maschio? » mi viene spontaneo inarcare un sopracciglio, quando entrando mi trovo davanti la zazzera scura di Naveen.
La stanza non è poi affollata come mi aspettavo.
C'è l'ibrido donna-uomo seduta accanto all'Incubus – io e Tanel ci siamo separati nel pomeriggio, perché una cosa è la simpatia ed un'altra stare incollati come zecche – ed un paio di banchi più in là una ragazza pallida e mora che potrebbe essere la cugina di Wypozzoz.
« Tim, vai pure a sederti vicino ad Oxana. » ah, già: ho dimenticato di menzionare l'augusta presenza di Hayden Jensen, che mi indica con un gesto del mento la lontana cugina di Tanel.
Con una certa riluttanza prendo posto accanto alla ragazzina semi-anoressica e con la puzza sotto al naso, ma se non altro quando le urto per sbaglio un braccio non avverto nessun rimescolio ansioso nello stomaco, quanto piuttosto un acido: « Stà attento, no? » partorito dalle labbrucce di rosa di quella che, ne sono convinto, sarà la compagna di banco più cacacazzi che io abbia mai avuto.
Che culo, eh? Ora ci manca solo che Tanel si metta a canticchiare-- « Tim e Oxy sono fizandatiii, Oxy e Tim stanno insieme.. »
Ecco, appunto: un decerebrato.
« Pensare che devo stare qui per due ore.. » rantolo.
Avrei quasi preferito finire vicino a quel gran dito al culo di Naveen, che se non altro si preoccupa di assestare a Wypzy una gomitata nelle costole – sebbene sospetto che lo faccia più per sfogare il proprio malumore che per difendere me.
« Ehy, Navy C.S.I. » la – lo? – chiamo, « ho sentito che il tuo paparino ha deciso di candidarsi alla Casa Bianca. E' per questo che ti ha spedito in mezzo agli altri mostri? Magari spera che ti mimetizzi.. »
Stavolta è Oxana che mi conficca il suo gomitino secco e bastardo nello stomaco, facendomi sussultare nel momento esatto in cui il prof. Jensen si schiarisce la gola, aspettando che mi giri a guardarlo per parlare in tono paziente, ma velato di esasperazione.
« Nessuno di noi è un mostro, Timothy. »
Mi sorprende sentire che qualcuno sta facendo eco alla mia risatina sarcastica, e torcendo il collo scopro che è proprio Naveen.
« Certo che SIETE mostri. Basta guardarv-- » si interrompe bruscamente, prima ancora che possa farle notare che lei è molto più mostruosa di me, probabilmente rendendosene conto da sola dal momento che le si delinea sul viso un'espressione piuttosto scossa.
Incasso in silenzio le occhiate poco amichevoli di Tanel ed Oxana – oltre ai capelli neri e la pelle chiara, questi due hanno anche lo stesso modo di guardarmi come se fossi un maledetto idiota – e puntello i gomiti sul banco, appoggiando il mento sugli avambracci incrociati.
« Cazzo, siamo dei fottuti mostri, ok? Non ho detto che bisogna farne un dramma. Visto che non si può parlare di niente, giochiamo a carte? »
Continuo a sentirmi lo sguardo di Oxana piantato sulla nuca, e per tutta risposta mi giro ad abbaiarle: « E tu che cazzo hai? Il potere daavk dell'anemia? »
« Il pallore è aristocratico. E poi sempre meglio che essere un'isterica rompipalle come te. » mi risponde, e mi trattengo a malapena dal tirarle una testata sui denti.
« Ok, ok. Ragazzi, calmatevi. »
Jensen interviene in tempo per evitare la rissa tra me e miss. Cholanka Sbilenka – che professore utile – sollevando le mani in cenno di resa: « Forse la mia presenza vi rende nervosi, e non voglio che vi sbraniate a vicenda. Facciamo così: io resterò fuori dall'aula, va bene? Così potete chiacchierare in pace.. » Ci scandaglia tutti con lo sguardo, avvicinando la mano alla maniglia. « Ma se sento rumori molesti, grida o insulti giuro che vi faccio sbattere nelle celle di contenimento. TUTTI. » esce, richiudendosi la porta alle spalle.
Cala il silenzio per una manciata di secondi lunga un'eternità, e poi sento distintamente Tanel ridacchiare alle mie spalle, e – per quanto mi sforzi di tenere il broncio schiacciando le labbra contro gli avambracci nudi – non riesco a trattenermi dall'imitarlo a ruota.
« Cazzo, mi sa che l'insufficienza qua non ce la leva nessuno.. »




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